
Il gesto è il fulcro generativo dell’atto creativo, quel punto liminale in cui, in un solo istante, si incontrano il prima e il dopo, l’impeto e la sospensione. Ciò che la pittura gestuale rende percepibile non è semplicemente l’azione dell’artista, ma la traccia di una negoziazione incessante tra intenzione e materia, tra anticipazione ed eccedenza, tra il movimento che precede il segno e la resistenza che il segno oppone al movimento. Non è dunque il residuo di un’azione ormai conclusa: l’energia del gesto permane sulla superficie come evento formale, come alterazione irreversibile del campo pittorico. Ed è precisamente nella tensione tra origine e permanenza che la gestualità può essere sottratta a una lettura meramente espressiva. In tal senso, la nozione di ‘essere-con’ (être-avec) elaborata dal filosofo francese Jean-Luc Nancy offre una prospettiva particolarmente fertile: il gesto non appartiene mai interamente a un soggetto sovrano, ma si dà nella relazione fra corpo e spazio, materia e alterità. Si tratta di un tocco, di un punto di contatto nel quale il corpo si espone alla renitenza della materia e, al contempo, ne viene modificato. La superficie non riceve il gesto, ma vi partecipa, opponendo densità, assorbimento, scivolamento e attrito.
Ciò che emerge è dunque una reciprocità: il gesto produce la superficie tanto quanto la superficie determina il gesto. L’equazione fra gesto e interiorità, fra espressività del segno e intensità emotiva, presuppone una trasparenza del gesto stesso che la pittura, al contrario, sembra continuamente smentire. Il gesto non vale in quanto rivelazione di un’identità, ma come procedimento attraverso il quale la pittura produce differenze e istituisce rapporti: addensamenti e rarefazioni, accelerazioni e arresti, continuità e fratture, prossimità e distanza. Ed è a partire da queste polarità che la gestualità indagata nella mostra prende forma, non soltanto nella relazione tra soggetto e oggetto, ma anche nei rapporti, complessi e talvolta tortuosi, che si instaurano tra i diversi esiti di questa dialettica originaria. Ne emerge una concezione del gesto come campo di tensioni, nel quale ogni atto pittorico genera ulteriori possibilità, deviazioni e contraddizioni.
Between Gestures riflette sul gesto non soltanto come accadimento fisico, ma come forma di esposizione del pensiero e di un flusso di coscienza che affiora al di là dell’intenzione: traccia di un divenire che, nel suo farsi, eccede tanto la volontà da cui prende avvio quanto la forma in cui infine si deposita. Il gesto si configura così come una soglia, ed è precisamente in questo spazio intermedio che i linguaggi individuali, pur mantenendo la propria specificità, si aprono all’incontro. Attraverso differenti approcci all’astrazione, alla materia, al colore e alla composizione, le opere presentate instaurano un dialogo tra sensibilità distinte, non orientato alla ricerca di una sintesi, ma alla possibilità di una coappartenenza simbiotica eppur provvisoria. È a partire da questa tensione che il flusso generativo dell’artista olandese Gijs van Lith, in cui l’improvvisazione lascia affiorare il subconscio sulla superficie pittorica, si misura con le stratificazioni materiche e le imponenti estensioni di campo dell’artista tedesca Ina Gerken, animate da una tavolozza cromatica vibrante.
Queste due ricerche si dispiegano a loro volta in un confronto fecondo con l’immediatezza astratta di un linguaggio non lineare e la tensione monumentale dell’artista spagnolo Jan Vallverdú, fino a incontrare il linguaggio pluridirezionale, talvolta tridimensionale, di John Miserendino, nel quale la relazione tra umano e geologico si configura come una più ampia interrogazione sulla materia, sul tempo e sulle forme del divenire. Between Gestures si configura dunque come una conversazione circolare, che riflette sulla soglia instabile di un gesto capace di eccedere tanto chi lo compie quanto il segno che ne resta. Le opere non perseguono una sintesi tra linguaggi differenti, ma una prossimità, la possibilità di una reciproca esposizione. «Niente preparazione, solo caffè».
Gijs van Lith (*1984, ’s-Hertogenbosch, Paesi Bassi; vive e lavora a ’s-Hertogenbosch) affronta la pittura senza schizzi preparatori, affidandosi all’intuizione e alla capacità di reagire a ciò che ha davanti. Il suo processo si costruisce per aggiunte, cancellazioni, sovrapposizioni e ripensamenti, in una continua negoziazione tra ciò che è stato fatto e ciò che il dipinto sembra ancora richiedere. Linee e superfici rimaste in sospeso possono diventare il punto di partenza per un nuovo intervento, mentre ciò che viene rimosso continua a lasciare una traccia nella materia. Nella pittura di Van Lith il gesto non coincide dunque con l’espressione immediata di un’intenzione, ma si costituisce nel confronto con una superficie che resiste, restituisce e orienta l’azione. La tela diventa parte attiva del processo, attraverso stratificazioni, abrasioni e accumulazioni che ne accentuano la dimensione fisica e plastica. Anche la distinzione tra fronte e retro viene messa in discussione, trasformando il dipinto in uno spazio privo di un unico punto di vista privilegiato. È in questa apertura che Van Lith individua quello che definisce beast mode: uno stato creativo nel quale il giudizio viene temporaneamente sospeso e il gesto è guidato dall’istinto e dall’intuizione. Il risultato è una pittura energica e stratificata, in cui conscio e subconscio, costruzione e cancellazione, controllo e imprevisto rimangono in una relazione costantemente aperta.
Ina Gerken (*1987, Spira, Germania; vive e lavora a Düsseldorf) sviluppa una pratica pittorica fondata sull’intuizione e sulla spontaneità, nella quale il controllo lascia progressivamente spazio a un processo aperto e imprevedibile. L’acrilico, a rapida asciugatura, le consente di intervenire con immediatezza su ciò che emerge, modificando, sovrapponendo e rimuovendo segni e materiali. Carte da lucido e pastelli a olio vengono così stratificati e talvolta trasferiti sulla tela, trasformando la superficie in un campo di continua negoziazione. Questo rapporto tra gesto e materia assume particolare intensità nei dipinti di grande formato, che Gerken realizza posando le tele direttamente sul pavimento e immergendosi fisicamente nel piano pittorico. L’ampiezza della tela diventa una condizione per abbandonare il controllo e affidarsi all’intuizione, lasciando che il dipinto sviluppi una propria logica. Forme che possono evocare organismi, paesaggi o strutture naturali rimangono volutamente ambigue, sospese tra riconoscibilità e astrazione. Nella pittura di Gerken il gesto non si esaurisce nell’immediatezza dell’azione, ma permane nella stratificazione di segni, materiali e cancellazioni che compongono l’opera. La caratterizzante vitalità del colore convive con una dimensione meditativa: il dipinto appare come uno spazio in continuo divenire, nel quale costruzione e dissoluzione, presenza e assenza rimangono in costante tensione.
Jan Vallverdú (*1995, Barcellona, Spagna; vive e lavora a Barcellona) ha iniziato il proprio percorso artistico attraverso il disegno e la pittura murale, sviluppando fin da subito una pratica fondata sulla fisicità del gesto e sulla dimensione monumentale dell’immagine. Quella stessa energia continua a permeare il suo lavoro in studio, dove la figura diviene un punto di pressione attraverso il quale mettere alla prova l’equilibrio del dipinto. Non si tratta di descrivere il corpo, ma di costruirlo e disfarlo attraverso linee, campiture e gesti, portandolo verso quella soglia instabile in cui qualcosa è ancora riconoscibile, ma già prossimo a dissolversi. Lavorando principalmente con la pittura a olio, Vallverdú sviluppa la superficie attraverso stratificazioni, raschiature e ripensamenti. Il tempo dilatato del medium gli permette di intervenire nuovamente sull’immagine e di condurla deliberatamente fuori equilibrio, interrompendo talvolta ciò che sembra già funzionare per costringere il dipinto a reagire e a trovare una nuova organizzazione. Il processo diventa così una continua negoziazione tra intenzione e imprevedibilità, struttura e disgregazione. Nella pittura di Vallverdú il gesto non conduce a una forma definitiva, ma mantiene l’opera in uno stato di tensione. Il dipinto raggiunge il proprio limite quando riesce a trattenere quel momento in cui le diverse forze che lo compongono sembrano sul punto di separarsi, ma riescono ancora a rimanere insieme. È proprio in questa condizione di instabilità che la figura, la materia e il gesto trovano una possibilità di coesistenza.
John Miserendino (*1980, New Jersey, Stati Uniti; vive e lavora a New York) aggrotta la fronte mentre un milione di vite umane trascorrono e una montagna prende forma. Il suo lavoro tenta di elaborare un linguaggio tra due mondi, una conversazione tra scale temporali profondamente diverse: quella umana e quella geologica. Ogni decisione provoca una risposta. Si taglia, si lucida, si rompe, si abrade, si ricompone, si infonde, si svuota e si attende la risposta. Avanti e indietro, il dialogo continua, senza fine. Le opere sulle pareti sono trascrizioni, frammenti di idee che vengono sviluppate simultaneamente e in relazione tra loro. Il percorso non è lineare, ma procede per irradiazioni, diramandosi in ogni direzione nel tentativo incessante di comprendere quanto più possibile l'universo nella sua complessità.